Analisi Comparata delle due Opere



Atto I

Atto II

Atto III

Atto IV

Atto V

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ATTO I

A differenza dell'Aulularia in cui il Lare famigliare introduce il pubblico alla storia, l'AVARO inizia direttamente in medias re s con un dialogo (tra Valerio ed Elisa) peraltro assente in Plauto.

Moliere
Atto 1
Scena 3

ARPAGONE
"Fuori di qui, subito e senza una parola."
FRECCIA
"Perché mi cacciate?"
ARPAGONE
"Hai anche il coraggio di chiedermelo?"


Plauto
Atto 1
Scena 3

EUCLIONE
"Fuori di qui e subito."
STAFILA
"Perché mi buttate fuori?"
EUCLIONE
"E dovrei anche dirtelo, messe di staffilate!"

La figura di Euclione è analoga a quella di Arpagone: l'avarizia li porta ad assumere atteggiamenti irrazionali.
Essi sanno di possedere un grande tesoro e sono angosciati all'idea che qualcuno lo possa sottrarre loro, al punto da perdere la fiducia in tutti coloro che li circondano.
In questa scena essi cacciano di casa i rispettivi servi per qualcosa che in realtà non hanno fatto.
Analogamente si comportano tra loro anche i due schiavi che, in un certo senso, prendono in giro e compatiscono il vecchio, cercando di assecondarlo, ma approvando un forte senso di disprezzo nei suoi confronti.

Moliere
Atto 1
Scena 3

ARPAGONE
"Vieni qua, mostrami le mani!"
FRECCIA
"Eccole!"
ARPAGONE
FRECCIA
"Le altre?"
ARPAGONE
"Sì!"
FRECCIA
"Eccole"


Plauto
Atto 4
Scena 3

EUCLIONE
"Mostrami le mani!"
SERVO DI LICONIDE
"A te, ecco te le ho mostrate!"
EUCLIONE
"Vedo, su mostra la terza!"

Questa battuta paradossale ebbe molto successo sia all'epoca di Plauto, sia all'epoca di Moliere e fu anche ripresa in seguito.
Generalmente a questa battuta, Freccia mostrava con naturalezza il palmo delle mani. La scena è probabilmente finalizzata a mostrare come il vecchio sia diventato tanto pazzo a causa dell'avidità che, quando dice delle assurdità gli altri non si mettono neanche a ridere, anzi, lo assecondano.
Nell'avaro Freccia tentenna un po' chiedendo al vecchio: "Le altre?"
Nell'Aulularia invece la spontaneità e la naturalezza del gesto è ancora maggiore.

Moliere
Atto 1
Scena 5

ARPAGONE
"Senza dote!"
VALERIO
"Avete ragione, l'argomento è decisivo!"


Plauto
Atto 2
Scena 5

EUCLIONE
"E la dote? Io non ho nulla da darle!"
MEGADORO
"E tu non dare, basta che venga da me ben costumata, la sua dote è sufficiente!"

I due contesti sono diversi tra loro. Da un lato Arpagone che spiega a Valerio per quali motivi sia giusto dare in moglie sua figlia al signor Anselmo, vecchio ma ricco: egli infatti la sposerebbe senza dote.
Dall'altro lato Megadoro, dopo aver chiesto ad Euclione la mano della figlia, vedendolo tentennante gli spiega che la sposerebbe anche senza dote.
Tutto l'interesse di entrambi i matrimoni verte intorno alla questione economica.
Il vecchio non si chiede se quel tale sia adatto a sua figlia, se sia intelligente; gli basta sapere che non dovrà spendere nulla!
In particolare nell'Avaro l'attenzione è incentrata sull'espressione "Senza dote", ripetuta per ben tre volte in poche battute.
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ATTO II

Nel II° atto sono presenti molte situazioni equivoche.
Succede che Cleante abbia l’intenzione di chiedere i soldi per sventare il suo matrimonio. Egli poi legge la consistenza del patrimonio di suo padre. Maestro Simone presenta a Cleante il futuro “creditore”, ma costui sfortunatamente è suo padre.
A questo punto l’equivoco nasce dal fatto che solo Maestro Simone sa che il creditore è il padre di Cleante e che il debitore è suo figlio. Poi padre e figlio litigano, ma questa scena in Plauto non c’è.

SCENA IV

Frosina, la mezzana, dice a Freccia che sta trattando un certo affare con Arpagone. Anche questa scena non c’entra con Plauto.

SCENA V

Frosina cerca di ingraziarsi il padrone facendogli strani complimenti. Qui compare uno degli equivoci della commedia plautina: fa affermare alla ragazza che ad essa piacciono gli uomini maturi, ma nella realtà non è assolutamente vero.
L’unica differenza che appare tra Plauto e Molière è che nel primo la ragazza non ha la dote, mentre in Molière essa è alquanto consistente.
L’idea della parsimonia di una fanciulla, considerata come vera e propria dote, è infatti presente in entrambi gli autori.

Plauto:
Oh! una ragazza adulta senza dote è difficile da collocare “.

Molière: “Non si può pretendere di sposare una figlia che non porti almeno qualcosina in dote”.
Nel V° quadro in Plauto è presente la scena del banchetto, scena che in Molière è all’inizio del III° atto. Ambedue le scene in effetti sono molto simili perché in entrambe sono descritti dettagliatamene i preparativi per le nozze.
Anche alcune battute sono similari:

Plauto:
“Se sparisse qualcosa direbbero: l’hanno rubata i servi”
“Prendi il più grosso, tu invece…”

Molière:
Se qualcosa sparisse sareste voi il responsabile” “A voi affido di pulire…”
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ATTO III

SCENA I

La tematico principale di questa scena è rappresentata dai preparativi per la cena durante la quale Arpagone avrà diversi ospiti, tra cui Mariana (la sua futura moglie). In particolare viene sottolineata fortemente l'avarizia di Arpagone, il quale suggerisce al suo cuoco di risparmiare sul cibo per il bene dei suoi ospiti.

Moliere:
Viene delineata fortemente la caratteristica fondamentale di Arpagone, l'avidità. "Saremo otto o dieci, ma basta contare otto, quando c'è da mangiare per otto ce n'è anche per dieci."

Plauto:
L'avidità del personaggio viene marcata in minor misura rispetto all'avaro. Tanto è vero che per il banchetto vengano chiamati due cuochi e due flautiste (nell'Avaro c'è solo un cuoco)
STROBILO:
"Ha fatto la spesa in piazza il padrone e ha ingaggiato i cuochi e queste flautiste"

Nell'Aulularia però sono presenti degli aneddoti raccontati da un servo, che saranno a descrivere in maniera ironica e grottesca l'avidità di Euclione.
STROBILO:
"Tempo fa il barbiere gli aveva tagliato le unghie, e lui li raccoglie, quei ritagli e se li porta via. Tutti quanti"[…]
STROBILO:
"Un nibbio, giorni fa gli ha rubato un pezzo di carne, e lui corre dal pretore, tutto in lacrime, e lì frignando e uggiolando chiede di poter intentare un processo al nibbio".

SCENA VI

Moliere:
Viene utilizzata in questa scena la tecnica del soliliquo, (come nell'Aulularia). Il dialogo è condotto da tre personaggi; Marianna, Arpagone, Frosine, l'ottima dei quali ha un ruolo di mediatrice tra gli altri due, e riporta le parole dell'una e dell'altro modificando nei contenuti.
MARIANNA (soliloquio):
"Che uomo antipatico"
ARPAGONE:
"Che dice la bella?"
FROSINE:
"Che vittoria ammirevole".

Plauto:
Nel dialogo tra Euclione e Megadoro.
MEGADORO:
"Hai deciso di bere solo acqua? E lo so se vivo ti ridurrò ubriaco fradicio"
EUCLIONE (SOLIBAVIO):
"io lo so a che cosa mira, mi stronca col vino e si apre la strada, dopo di che la roba mia cambia indirizzo,"
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ATTO IV

SCENA I

La scena si apre con i due figli (Cleante ed Elisa) e Mariana (oggetto della discordia) che discutono in che modo sia possibile venir fuori dalla situazione:dapprima non giungono ad alcuna valida conclusione, ma successivamente decidono di chiedere alla scaltra Frosina di trovare un modo per far cadere le attenzioni del vecchio Arpagone su un’altra donna.
Così Frosina propone di fingere che una ricchissima nobil donna sia innamorata follemente del vecchio e che sia disposta di offrirgli tutti i propri beni in cambio del matrimonio:solo di fronte ad una proposta così l’avaro avrebbe abbandonato l’idea di sposare Mariana.
Proprio in questa scena è evidente come Moliere si ispiri a Plauto:infatti il commediografo francese riprende dallo scrittore latino la figura dello schiavo scaltro ed astuto.
Come nelle commedie plautine, lo schiavo è sempre pronto a trarre giovamento dalle diverse situazioni, anche a danno del proprio padrone, allo stesso modo Frosina offre l’opportunità di prendersi gioco di Arpagone al fine di risolvere le questione.(LE MASCHERE??)

MOLIERE:

CLEANTE: “Frosina, Frosina cara, ci aiuterai
” FROSINA: “Diamine c’è da chiederlo?Ma di tutto cuore!voi sapete che sono di carattere molto comprensivo: il cielo non mi ha dato un cuore di bronzo, ed io son fin troppo facile a prestarmi, quando vedo due persone che si amano sinceramente e in tutta onestà. Ma in questo caso cosa si può fare?”
CLEANTE: “Pensaci un po’. Ti prego.”
MARIANA: “Illuminaci tu”

PLAUTO:

SERVO DI LICONIDE: “Dei immortali, che cosa non ho sentito dire da quest’uomo! Ha nascosto una pentola carica d’oro qui dentro nel santuario della Buona Fede! O dea, ti scongiuro, vedi di non essere fedele più a lui che a me. E costui, giurerei, è il padre dell’innamorata del mio padrone! Adesso mentre è occupato altrove, vado dentro e perlustro il santuario, se mai trovo in qualche canto il suo oro; e se lo trovo, o Buona Fede, in fede mia ti offro un boccale da un congio pieno di vino mielato. Davvero che te lo offro; ma poi lo berrò io, dopo fatta l’offerta”

SCENA III

Arpagone ha il timore che il figlio si sia invaghito di Mariana, perché lo coglie mentre le rivolge molte attenzioni, così decide di verificarne le reali intenzioni. Utilizzando un astuto inganno,Arpagone chiede a Cleante cosa ne pensasse della futura moglie.
Dapprima il figlio,volendolo depistare esprime un giudizio negativo, ma, nel momento in cui Arpagone,fingendo, gli rivela che, prima di tale risposta, avrebbe voluto che si mettessero insieme, Cleante si tradisce manifestando il proprio amore. Anche in questo passaggio Moliere trae ispirazione da Plauto:infatti intutta la commedia, e in particolare in questa scena, è presente l’elemento dell’inganno. Proprio questa costante caratterizza questo genere di opere nelle quali la comicità è generata dal fatto che il pubblico, conoscendo la vera situazione, si diverte nel vedere come i personaggi bluffino, mentino si prendino in giro o si confondano.

MOLIERE:

ARPAGONE: “Allora che te ne pare?”
CLEANTE: “Per essere sincera, papà, non mi è sembrata quel che l’avrei creduta. All’apparenza è senz’altro una civetta; la figura è abbastanza goffa, bellezza molto mediocre, e per lo spirito- direi- del tutto banale.
Non crediate ch’io dica questo per disgustarvi, papà; perché, matrigna per matrigna, per me, questa vale un’altra”

PLAUTO:

EUCLIONE: “Bastonabilissimo uomo, me lo chiedi? Ladro! Macché ladro: triladro!
” SERVO DI LICONIDE: “che ti ho rubato?”
EUCLIONE: “Lo chiedi?”
SERVO DI LICONIDE: “Ma se non ti ho preso nulla!”
EUCLIONE: “Quello che ti sei portato via, fuori dunque. Cosa aspetti?”
SERVO DI LICONIDE: “ A far che?”
EUCLIONE: “Non puoi portarlo via.”
SERVO DI LICONIDE: “Ma cosa vuoi?”
EUCLIONE: “Dammi quello che hai didietro.”

SCENA IV

Arpagone e Cleante iniziano a litigare perché credono entrambi di aver subito un torto dall’altro.
A questo punto entra in gioco mastro Giacomo,che si offre come mediatore. I due allora parlano l’uno all’altro attraverso il mastro: ma Giacomo fraintende le diverse posizioni e a sì che i due, nonostante rimangano della propria idea, trovino un punto di contatto, che, in realtà, non raggiungono.
Qui si sviluppa la dinamica dell’equìvoco: entrambi credono di aver ottenuto le scuse dell’altro e quindi di essere riusciti a dimostrare lea propria ragione. Anche quest’elemento di reciproca incomprensione provoca nel pubblico, consapevole del reale stato dei fatti,provoca comicità.

SCENA V

Arpagone e Cleante si accorgono allora dell’errore e ritornano così a litigare come prima,insultandosi.

SCENA VI

Questa scena qpere quasi estranea alla vicenda: infatti arriva Freccia che avvisa Cleante di essere finalmente riuscito ad impossessarsi del tesoro del vecchio.
Questo passaggio sembra quasi metaforico perché si colloca in una situazione completamente esterna alla vicenda, che fino a poco prima si articolava sulla disputa tra padre e figlio per la mano di Mariana.
Allo stesso tempo ristabilisce un forte collegamento con l’Aulularia per quanto concerne l’argomento: infatti, nonostante Moliere prenda esplicitamente spunto dall’opera di Plauto, articola maggiormente la propria vicenda sulla problematica amorosa legata all’avarizia di Arpagone più che al terrrore del vecchio stesso sulla possibilità che gli si rubi il tesoro.

MOLIERE:

FRECCIA: “ Ho trovato quel che fa per noi.”
CLEANTE: “Cosa?”
FRECCIA: “ E’ tutto il giorno che gli faccio la corte.”
CLEANTE: “Il tesoro di vostro padre l’ho preso io.”

PLAUTO:

SERVO DI LICONIDE: “Dei immortali, quali e quante gioie mi donate! Posseggo una pentola da quattro libbre carica d’oro. Chi è più ricco di me? Chi c’è ad Atene oggi, che abbia più propizi gli dei?”
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ATTO V

SCENA VII

E’ interamente occupata da un monologo di Arpagone, il quale, disperato per il furto dei suoi averi, invoca invano aiuto e impreca contro il ladro. Questo monologo imita alquanto quello presente nell’Aululularia al IV atto nella IX scena:leggendo i due testi sembra proprio una citazione letterale.

Si sviluppa l'equivoco:
……
Moliere
Atto 5
Scena 3

ARPAGONE
"Sei stato smascherato!"
VALERIO
"Non cercherò per vie traverse di negare la cosa."
VALERIO
"Un dio che di per sé giustifica tutto ciò che nel suo nome si compie: l'Amore"
VALERIO
"Certo è la cosa più preziosa che voi possedete"


Plauto
Atto 4
Scena 3

LICAONE
"Perché il misfatto che tormenta l'animo tuo l'ho combinato io, lo confesso."
LICAONE
"Un dio mi mosse, mi spinse verso di lei!"
LICAONE
"Voglio tenermela tutta per me."

L'equivoco è sciolto:
……
Moliere

VALERIO
"La signora Claudia (…) mi ha aiutato a peruadere vostra figlia a darmi la sua mano!"


Plauto

LICAONE
"Cosa dovrei restituirvi?"
EUCLIONE
"La pentola dell'oro."
LICAONE
"Sì lo confesso, ho usato violenza contro tua figlia"

La reazione del vecchio:

Moliere

ARPAGONE
"Il marcio dilaga."


Plauto

EUCLIONE
"Rovinato sono, rovinato del tutto!"

Le due scene che presentiamo sono punti di svolta della storia. Nell'Aulularia il servo Licaone va da Euclione per confessargli di aver violentato sua figlia, ma, per una serie di malintesi, il vecchio pensa che il misfatto in questione sia il furto della pentola.
Nell'Avaro, invece, è Arpagone ad accusare Valerio del reato (di furto): egli però fraintende, confessa e si scusa per aver tramato allo scopo di concludere il matrimonio con sua figlia.
Entrambe le situazioni però alla fine si sciolgono. La differenza tra le due storie sta nel fatto che nella prima è l'Avaro a fraintendere, mentre nella seconda è Valerio, che male interpreta le accuse del vecchio stesso.
Il resto del quinto atto invece costituisce la conclusione ed è dunque assente nell'Aulularia.
Si narra della risoluzione dei vari equivoci:una famiglia si viene a ricostituire e si trova una soluzione che soddisfa sia il vecchio che gli altri personaggi.

CONFRONTO TRA I DUE AVARI

Questi due personaggi rappresentano i cosiddetti "avari"e sono in un certo senso la personificazione stessa dell'avarizia e di tutto ciò che essa comporta.Entrambi hanno nascosto un tesoro e non vogliono che il loro segreto esca allo scoperto.
L'apprensione dettata dalla paura che qualcuno possa sottrarre loro le ricchezze si trasforma in una vera e propria fobia: in alcuni casi essi sembra abbiano perso del tutto l'uso della ragione.
Questa loro irrazionalità è sottolineata da Plauto e Molière soprattutto nelle scene in cui l'Avaro chiede allo schiavo di mostrargli " la terza mano " o " le altre mani".
Scritto nel 1668 da Molière "L'Avaro" narra la soria di un vecchio avaro che trascorre la propria esistenza a cercare di tenere nascosto il proprio tesoro e a sforzarsi in tutti i modi possibili per ottenere un profitto, anche in modo illecito. Questa sua smodata aspirazione alla ricchezza lo condurrà inevitabilmente ad una esagerata solitudine e all'essere ridicolizzato da chi lo circonda.
La commedia è visibilmente modellata sull'Aulularia di Plauto (tanto che certe scene sembrano quasi copiate) a cui lo scrittore francese aggiunge però un numero maggiore di intrecci e di riconoscimenti di persone.
Completamente nuova è la fine (forse coincidente con quella andata persa dell'Aulularia): in essa una famiglia intera si ritrova e le volontà di ognuno sono esaudite.
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